LA MUSICA (E’) PROTESTA

Siamo tutti consapevoli dell’importanza storica e mediatica che ha avuto l’omicidio di George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minneapolis da un agente di polizia che, dopo averlo ammanettato, lo ha soffocato col ginocchio sul collo, consegnandoci lo slogan “I can’t breathe”.

L’America, anche se in piena emergenza sanitaria, non è rimasta a guardare, è scesa in strada a protestare con l’ormai noto slogan “Black Lives Matter”. Proteste che si sono trasformate in rivolte e che hanno visto addirittura l’intervento dell’esercito, conseguenza delle situazioni interne agli USA, non risolte nonostante si fossero già verificate simili contestazioni nel 1992 e nel 2015.

Il resto del mondo non è rimasto a guardare e ha protestato: da Milano, Parigi, Londra, Bristol fino a Seul.

La musica non si è tirata indietro, anzi si è fatta sentire con l’uscita di diversi brani a difesa della causa “Black Lives Matter”.

Iniziamo con uno sguardo al passato, che ci viene riproposto come cover da Machine Gun Kelly. Il rapper, col batterista e produttore Travis Barker, oltre a scendere in strada propone la cover di Killing in the Name dei Rage Against the Machine, un brano del 1992 che dopo 28 anni risuona ancora attuale.

Dopo aver scritto qualche anno fa FDT (Fuck Donald Trump), YG lancia FTP (Fuck the Police),

brano il cui titolo non può che richiamare l’iconico e omonimo brano dei N.W.A.

L’artista accusa i membri della polizia di far parte del Ku Klux Klan e ribadisce la stanchezza della gente dinfronte all’ingiustizia americana.

È Pig Feet il brano che reputo più significativo sia per il testo sia per il video; prodotto da Terrance Martin, con voci di Denzel Curry, Daylyt e G Perico e con al sassofono Kamasi Washington.

È un brano che accoppiato al suo video in bianco e nero mostra la crudeltà, la violenza e l’ingiustizia della società americana sbattutaci violentemente in faccia dalla forza del suo testo.

Fa capire il peso e la gravità della situazione, con l’interludio che mostra una donna che grida e piange un corpo che non vediamo, evocando il fatto che la persona non fosse neppure armata, e il finale con un minuto e trenta secondi nei quali vengono mostrati i nomi di persone uccise dalla polizia.

L’artista Denzel Curry è il cardine del brano non solo per la sua voce e la crudezza delle barre, ma anche perché ha vissuto in prima persona questa violenza e sopruso con la morte del fratello, mancato nel 2014 dopo un arresto cardiaco dovuto al teaser usato dalla polizia in seguito a un semplice fermo di controllo.

I brani suggeriti sotto hanno nomi diversi, generi diversi e sonorità contrastanti, ma che siano hard rock, hip hop o R&B hanno lo stesso significato: vogliono metterci faccia a faccia con una società sbagliata, retrograda e crudele; una società di cui la gente è stanca: della sua ingiustizia, della sua ipocrisia e della disuguaglianza.

Questi brani sono la protesta a tutto questo, quante volte ancora dovremmo lottare e ricordare il valore di qualcosa o qualcuno prima che sia troppo tardi?

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