BRIDGERTON: YOU KNOW YOU LOVE ME. XOXO, LADY WHISTLEDOWN

Se avete voglia di guardare un period drama, non perché appassionati di storia ma per essere catapultati in un altro mondo, ricco di colori sgargianti, bellissime location e abiti eleganti quanto eccentrici – non impegnativo quanto Downton Abbey, s’intende –, allora Bridgerton è la serie perfetta per voi. 

DAI ROMANZI ALLA SERIE
Bridgerton è la prima delle otto stagioni dedicate ai romanzi di Julia Quinn, o almeno così vorrebbe il suo ideatore Chris Van Dusen, anche se per ora possiamo limitarci solo a dei rumors riguardanti la seconda. In ogni caso, come nei libri, ogni stagione sarebbe dedicata a uno dei fratelli Bridgerton. La prima, infatti, parla principalmente di Daphne e del duca di Hastings, dal primo libro The Duke and I, anche se, a volte, la serie non segue di pari passo il romanzo. Per fare solo un esempio, alcuni dei personaggi presenti già nel primo episodio, nel primo libro sono conosciuti quasi solo per fama.
Andiamo, però, per gradi. 

UN MONDO ALTERNATIVO
Fin dalle prime scene veniamo immersi in questo universo fiabesco, dai toni vivaci e brillanti, in cui la scenografia e i costumi sono un piacere per gli occhi, ma sono anche accuratamente studiati per ognuna delle diverse famiglie e, nello specifico, per ogni personaggio. L’esempio più lampante è forse rappresentato dai Featherington, caratterizzati da una palette sui toni del giallo e del verde; molto appariscente, dunque, come la famiglia stessa, capeggiata da una mamma che cerca in tutti i modi di mettere al centro dell’attenzione le figlie, per cercare di attrarre dei buoni partiti. Tuttavia, l’elemento più caratteristico della serie è rappresentato dalla scelta di un casting multietnico per ruoli solitamente assegnati ad attori caucasici, attuando una rilettura storica in chiave contemporanea. Anche se, in realtà, ci sarebbero alcune teorie che identificherebbero proprio la regina Charlotte come la prima regina dalle origini miste. 

Non solo, ci sarebbero anche altre testimonianze nella storia inglese di alcuni aristocratici di origini multietniche. Nonostante questo, però, è certo che fossero dei casi eccezionali, a differenza del mondo parallelo creato da Bridgerton, vero e proprio punto di forza della serie. 

UNA RILETTURA IN CHIAVE CONTEMPORANEA
In effetti, Bridgerton, anche se non si può considerare una serie storicamente attendibile, si fonda sullo studio di diverse fonti storiche, per quanto riguarda la famiglia reale – Giorgio III era effettivamente il re in carica negli anni dieci dell’Ottocento e soffriva davvero di una malattia mentale scaturita da altri problemi di salute, su cui ci sono diverse teorie –, la società del tempo, caratterizzata dallo sfarzo e dagli eccessi, alcuni particolari dei costumi, come le acconciature, i gioielli e alcuni dettagli degli abiti ecc.; il tutto però è rivisitato, prendendo spunto sia da alcuni romanzi dell’epoca – la velata ironia tipica dei libri di Jane Austen è evidente, come il richiamo ad alcuni personaggi di Louisa May Alcott – sia dalla realtà contemporanea. 

Chi non ha notato le instrumental cover di alcune canzoni a noi contemporanee? Dai Maroon 5 a Shawn Mendes, a Taylor Swift. O il palese rimando a Gossip Girl? Con i pamphlet pubblicati da Lady Whistledown che ironizzano sulla società del tempo e ne svelano tutti i segreti e i gossip; anche se, al contrario di Gossip Girl, il mistero legato all’identità della giornalista viene svelato già alla fine della prima stagione. 

TRAMA E SCENEGGIATURA
In ogni caso, per quanto alcuni risvolti della trama siano interessanti, come il ribaltamento di alcuni cliché – ad esempio, nella scena in cui Daphe è nel giardino e tira un pugno a un suo corteggiatore molesto, rendendolo innocuo già prima dell’arrivo del duca, corso in suo aiuto; o ancora, con il tema del matrimonio non come punto di arrivo di una coppia, ma come inizio della vera relazione, con l’apertura di uno squarcio sulla vita privata del duca e della duchessa – non ho trovato la sceneggiatura particolarmente brillante. 

Alcune tematiche sono state banalizzate e altre leggermente distorte. Prima fra tutte, la volontà del duca di Hastings di non avere figli. La ragione che spinge Simon a non volere eredi riguarda la “promessa”, o meglio, il “giuramento” fatto a suo padre sul letto di morte – un uomo orribile, egoista e maschilista, che non riesce ad amare il figlio incondizionatamente per quello che è –, che consisterebbe nella volontà di non procreare per non portare avanti il nome e il patrimonio della famiglia, l’unica cosa che, invece, fosse mai importata al padre, a scapito anche della salute della moglie. Quindi, sostanzialmente, la ragione per cui Simon sarebbe stato disposto a negare la felicità a Daphne di essere madre, tacendole la verità, si sarebbe fondata semplicemente su una ripicca, su un comportamento insensatamente infantile. 

Al contrario, trovo molto più logica e profonda la ragione che viene spiegata nel libro, per la quale Simon non avrebbe mai voluto avere eredi: ossia per la paura di poter trasmettere loro quella che pensava potesse essere una vera “malattia”, la sua balbuzie. Nel libro, infatti, il duca non riesce a liberarsi di questo disturbo neanche in età adulta, motivo per il quale il suo unico amico risulta essere il fratello di Daphne, Anthony, giustificando così anche i problemi di comunicazione fra lui e la duchessa. 

Un altro esempio è rappresentato da Eloise e Penelope, due personaggi con un grande potenziale che, purtroppo, non è stato sfruttato al meglio. Eloise si erge a paladina del femminismo per tutta la serie, quando per la maggior parte del tempo non fa altro che criticare la sorella Daphne per le sue scelte, diverse da quelle che lei avrebbe intrapreso. Non proprio uno dei pilastri del femminismo, in quanto noi donne dovremmo sempre supportarci a vicenda ed essere libere di fare le scelte più adatte al nostro carattere, alla nostra indole, alla nostra persona. Proprio per questo motivo, non riesco neanche a giustificare i comportamenti di Penelope, accecata da una cotta adolescenziale, una storia immaginaria, irreale, che la spinge a tradire sua cugina, una delle poche persone di cui si poteva davvero fidare. 

Apprezzo, invece, molto l’aiuto e il supporto che Daphne cerca di dare a Marina, ignorando i pregiudizi e i pettegolezzi su di lei. Certo, è possibile che i comportamenti di Eloise e Penelope siano dettati anche dalla loro immaturità legata alla loro giovane età e, proprio per questo motivo, aspetterò con ansia le prossime stagioni per assistere a un loro character development. O almeno, così spero. 

UNA SERIE SENZA PRETESE
Bridgerton, dunque, è una serie leggera, senza pretese e che non si prende troppo sul serio, e credo sia proprio questo il mood giusto con cui bisognerebbe guardarla e il suo vero punto di forza. Non è una serie storica o basata unicamente su alcuni dei romanzi del tempo. È invece una serie piena di citazioni, rivisitate o trattate più o meno superficialmente, all’interno di un mondo alternativo dove ci lasciamo trasportare, con la sua fotografia così curata da ricordare vagamente alcuni quadri di fine secolo, con la sua scenografia sfarzosa ed eclettica e con i suoi abiti, poco realistici, ma sicuramente affascinanti, mentre, nel frattempo, veniamo intrattenuti da qualche gossip, da qualche colpo di scena e, perché no, da qualche accenno storico.

Ed ora, riuscirete ad aspettare la seconda stagione o andrete subito a comprare i libri? Fatemelo sapere qui sotto!

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